“Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno mai osserva.” – Sherlock Holmes
La gente fa pazzie con e per il denaro. Ma nessuno è pazzo.
Persone di generazioni diverse, educate da genitori diversi (qui viene comodissimo aver letto "Padre Ricco Padre Povero" di Robert T. Kiyosaki) con redditi e valori diversi, in parti diverse del mondo, nate in economie ed epoche diverse, inserite in diversi mercati del lavoro, con diversi incentivi e diversi gradi di fortuna (e si anche la FORTUNA conta molto, qui è utile leggere "Il Cigno Nero" di Nassim Nicholas Taleb) imparano lezioni molto diverse.
Perciò tutti noi – io, voi, chiunque – nutriamo opinioni sul funzionamento del denaro che variano moltissimo da persona a persona.
Una persona cresciuta in povertà pensa al rischio e al guadagno in un modo che sarebbe impossibile per il figlio di un ricco banchiere.
Una persona cresciuta quando l’inflazione era alta ha avuto un’esperienza diversa dalla persona cresciuta in un periodo in cui i prezzi erano stabili.
Il broker che ha perso tutto nella Depressione ha vissuto un evento che sarebbe inimmaginabile per l’imprenditore che ha fondato una tech company nei gloriosi anni Novanta.
Un australiano, che non vede una recessione da trent’anni, ha accumulato esperienze che sono precluse agli americani.
Gli esempi potrebbero proseguire, ma ci siamo capiti.
Tutti affrontiamo quindi la vita con diverse convinzioni, obiettivi e previsioni.
Due persone di pari intelligenza possono essere in disaccordo su come e perché si verifichino le recessioni, su come sia meglio investire i propri soldi, su come sia opportuno stabilire le priorità ed ovviamente sulla propensione al rischio.
Un fantastico esempio di questi concetti ci viene da John F. Kennedy, candidato alla presidenza degli USA nel 1960: un giornalista gli chiese "cosa ricorda della grande Depressione" di 30 anni prima. Rispose: Non ho una conoscenza diretta della Depressione. La mia famiglia aveva uno dei patrimoni più ingenti al mondo, e a quell’epoca eravamo più facoltosi che mai. Avevamo case più grandi, più personale domestico, viaggiavamo di più. Forse l’unica esperienza diretta che ho avuto è stata quando mio padre ha assunto alcuni giardinieri in più solo per dar loro un impiego, perché potessero mangiare. Non ho capito davvero cosa fosse la Depressione finché non l’ho studiata a Harvard. Questo fu un tema di primo piano nelle elezioni del 1960. La gente pensava: come possiamo affidare il Paese a una persona che non conosce l’evento più importante che ha segnato l’economia nell’ultima generazione? A salvare JFK fu il fatto che avesse combattuto nella Seconda guerra mondiale: l’altro retaggio emotivo più diffuso della generazione precedente, che il suo principale avversario Hubert Humphrey non aveva.
Per capire fino in fondo le situazioni occorre "viverle".
In teoria prendiamo le decisioni di investimento sulla base dei nostri obiettivi e delle opzioni che abbiamo a disposizione in un certo momento. Ma non è così che ci comportiamo davvero.
Gli economisti hanno scoperto che le decisioni di investimento che prendiamo nell’arco della vita sono fortemente connesse alle esperienze che abbiamo vissuto nella nostra generazione, e in particolare nella prima parte dell’età adulta. Se siete cresciuti quando l’inflazione era alta, più avanti nella vita avrete investito meno in obbligazioni rispetto a chi è cresciuto quando l’inflazione era bassa. Se durante la vostra giovinezza il mercato azionario era forte, da adulti avrete investito maggiormente in azioni rispetto a chi è stato ragazzo quando i titoli erano deboli. Scrivono i due studiosi: “I nostri risultati suggeriscono che la tolleranza al rischio del singolo investitore dipende dalla sua storia personale.” Non dall’intelligenza, dal livello di istruzione o dalla sofisticatezza. Solo dalla pura fortuna di essere nati in un certo tempo e in un certo luogo.
Prendiamo un esempio semplice: i biglietti della lotteria. Gli americani spendono più in biglietti della lotteria che in film, videogiochi, musica, eventi sportivi e libri messi insieme. E chi li compra? Soprattutto i poveri. Le famiglie statunitensi con il reddito più basso spendono in media 412 dollari l’anno in biglietti della lotteria: quattro volte in più rispetto alle fasce di reddito più elevate. Al contempo, il 40 per cento degli americani non saprebbe dove procurarsi 400 dollari per far fronte a un’emergenza. Vale a dire: le persone che comprano 400 dollari di biglietti della lotteria sono più o meno le stesse persone che affermano di non poter trovare 400 dollari per tamponare un imprevisto. Scialacquano quel fondo di sicurezza per comprare qualcosa che offre una possibilità su vari milioni di farli diventare ricchi. Mi sembra un’assurdità. Probabilmente sembra un’assurdità anche a voi. Ma io non appartengo alla fascia di reddito più bassa. E probabilmente neanche voi. Quindi per molti di noi è difficile comprendere intuitivamente le ragioni inconsce degli acquirenti di biglietti. Altro esempio, la pensione. Alla fine del 2018, con i loro 27.000 miliardi di dollari, i fondi pensione statunitensi erano il fattore principale che orientava le decisioni di risparmio e investimento del cittadino americano medio.
L’idea stessa di aver diritto a una pensione, tuttavia, ha al massimo due generazioni di vita. Fino alla Seconda guerra mondiale la maggior parte degli americani lavorava fino alla morte.
Solo negli anni Ottanta l’assegno medio per i pensionati ha superato i mille dollari al mese, al netto dell’inflazione. Fino alla fine degli anni Sessanta, oltre un quarto degli americani sopra i 65 anni erano classificati come poveri dall’Ufficio censimenti. Si ritiene comunemente, tuttavia, che a quei tempi tutti avessero una pensione privata. Si tratta però di una generalizzazione impropria. L’Employee Benefit Research Institute spiega: “Nel 1975 solo un quarto dei cittadini sopra i 65 anni percepiva una pensione.” In quella felice minoranza, solo il 15 per cento del reddito familiare proveniva da una pensione. Nel 1955 il New York Times scriveva del crescente desiderio, e della prolungata incapacità, di andare in pensione: “Per parafrasare un vecchio detto: tutti parlano di pensione ma, a quanto pare, pochi fanno qualcosa per ottenerla.”

Solo negli anni Ottanta si affermò l’idea che tutti meritassero, e quindi dovessero ricevere, una pensione dignitosa. E da allora, per ottenere quella pensione dignitosa ci si aspetta che tutti risparmino e investano i loro soldi.
Voglio ribadire la novità di questa idea: il 401(k), il piano di risparmio che è al centro del sistema pensionistico americano, esiste solo dal 1978. Il Roth IRA è nato nel 1998. Se fosse una persona, avrebbe a malapena l’età per bere alcolici.
Non dovrebbe meravigliare nessuno che molti di noi non siano bravi a risparmiare e investire per la pensione.
Non siamo stupidi, siamo solo principianti.
Lo stesso vale per il college.
La percentuale di americani sopra i 25 anni in possesso di una laurea è passata da meno di 1 su 20 nel 1940 a 1 su 4 nel 2015.
La retta media delle università nello stesso arco di tempo è più che quadruplicata, al netto dell’inflazione.
Un fenomeno così grande e importante che ha trasformato la società in così poco tempo spiega perché, per esempio, così tante persone abbiano preso decisioni sbagliate in materia di prestiti studenteschi negli ultimi vent’anni. Non abbiamo un patrimonio di esperienza accumulata nei decenni da cui trarre (o provare a trarre) insegnamenti. Stiamo improvvisando.
In un settore così influenzato dalle emozioni e così poco dai fatti, è un grosso problema. E contribuisce a spiegare perché non sempre ci comportiamo nel modo giusto con i soldi. Tutti facciamo stupidaggini con il denaro perché il gioco è relativamente nuovo per tutti, e quello che sembra assurdo a voi può essere sensato per me. Ma nessuno è pazzo: tutti prendiamo decisioni che sul momento ci appaiono sensate, sulla base delle rispettive esperienze personali.
Testo rielaborato e sintetizzato leggendo "The Psychology Of Money" di Morgan Housel
